Scuola materna, che paura! Tante lacrime e ansia da separazione

A cura della Dott.ssa Barbara Tormen Psicologa Prêt-à-Porter

Giulio è un bel bimbo di tre anni alle prese con l’inizio della scuola materna. Ha due splendidi occhi azzurri e boccoli biondi che lo fanno sembrare un angioletto caduto dal cielo; viene a scuola accompagnato dalla mamma, una giovane donna di bell’aspetto e dai modi pacati e gentili. Ancora prima che i due varchino la soglia della scuola materna, dove le insegnanti, sorridenti e gioviali, attendono i bambini, Giulio inizia a piangere, ad aggrapparsi tenacemente alla madre e a dire che non vuole restare lì da solo.

Questa è la scena che si ripete più o meno da due mesi, ovvero dall’inizio dell’asilo. Il bambino appare inconsolabile, e anche quando finalmente la mamma riesce con una scusa ad allontanarsi, prima che Giulio si calmi passano anche due o tre ore, tra lo sgomento delle insegnanti e la sorpresa degli altri bambini.

Entrambi i genitori del piccolo lavorano, e di comune accordo hanno deciso di fargli frequentare la scuola materna per permettergli di socializzare con altri bimbi della sua età e perché la ritengono una valida opportunità educativa. Tuttavia due mesi di mattine caratterizzate da pianti, abbracci e urla, stanno mettendo a dura prova papà e mamma, che iniziano a chiedersi se non sia meglio optare per una soluzione alternativa alla scuola materna.
Che cosa sta succedendo al piccolo Giulio?

La lettura psicologica che cercherò di dare, del caso sopra presentato, è da ritenersi solo una indicazione generale che non tiene in considerazione la molteplicità degli aspetti che caratterizzano la famiglia del bambino e che, invece, dovrebbero essere attentamente compresi e valutati qualora si volesse procedere con un intervento individualizzato.

Quando nascono, tutti i bambini, per i primi mesi di vita diventano un tutt’uno con la madre: mamma e bimbo costituiscono una sola entità il cui scopo è garantire la sopravvivenza del piccolo. Procedendo verso il settimo/nono mese di vita, il neonato inizia ad andare incontro a una fase di distacco dal genitore, chiamata fase di individuazione, che dovrebbe raggiungere il completo sviluppo intorno ai tre anni di vita. Durante questa fase molti bambini manifestano un comportamento di attaccamento marcato alla mamma con ansia e angoscia nel momento della separazione. Il piccolo non riesce ancora a comprendere che l’allontanamento della mamma è solo un temporaneo distacco, egli lo vive come una perdita completa ed irreversibile.

In questo momento dello sviluppo, i bimbi utilizzano quello che Winnicott chiama “oggetto transazionale” (ad esempio la copertina di Linus, il ciuccio o il peluche preferito) per facilitare loro il passaggio dalla fase simbiotica a quella di individualizzazione; l’oggetto transazionale ha la funzione di sostituire il genitore assente con un oggetto concreto e controllabile dal bambino. Poter vedere, toccare e controllare il ciuccio, per esempio, è per il piccolo fonte di tranquillità.
Le successive e numerose esperienze di separazione e ritorno della madre, e alcune attività che piacciono molto in quest’età (per esempio il gioco del cucù, o i giochi in cui si fanno sparire e riapparire degli oggetti sotto una copertina) permetteranno al bambino la formazione del pensiero simbolico, ovvero la rappresentazione psicologica della mamma, e quindi anche del fatto che lei tornerà dopo un momentaneo allontanamento. Il bambino diviene così in grado di sviluppare il concetto di permanenza dell’oggetto, cioè, l’oggetto esiste anche se momentaneamente nascosto così come la mamma esiste anche se momentaneamente assente.

Costruirsi nella propria mente la permanenza dell’oggetto, per il bambino significa avere chiara l’idea che una persona assente tornerà, e che la sua presenza è così forte dentro di lui da permettergli di fare numerose esperienze in completa autonomia. Per consolidare la permanenza dell’oggetto, il bambino ha bisogno di esplorare il mondo circostante, sia esso la casa di amici di famiglia o un ambulatorio medico, avvicinandosi e allontanandosi alternativamente dalla madre, per trovare in lei la sicurezza necessaria per lanciarsi in una nuova avventura.
E’ molto importante, per un sano sviluppo, che la mamma rappresenti per il figlio una “base sicura” cioè un rifugio al quale tornare per ricaricarsi di fiducia in sé stesso per poi ripartire alla scoperta del mondo; ecco però che, se la mamma non è una base sufficientemente sicura, proprio come è accaduto al piccolo Giulio, lui non potrà rimanere a scuola con i suoi nuovi amici per paura che il di lei allontanamento significhi la perdita totale.

Inizialmente, come accade per tutti i bambini che vengono inseriti nella scuola materna, anche per il piccolo Giulio è necessario un periodo di inserimento durante il quale il bambino viene accompagnato dal genitore, che gli permette l’esplorazione dell’ambiente affinchè questo diventi conosciuto e di conseguenza il bambino possa rimanere lì da solo, ma con l’immagine costante nella propria mente della mamma quale oggetto di sicurezza.

Nel caso di Giulio sembra che il bambino e la mamma abbiamo sviluppato un rapporto simbiotico, ovvero un rapporto all’interno del quale il piccolo torna dalla madre a cercare una continua fonte di sicurezza che non riesce ancora a trovare dentro di sé. La figura del papà diventa in questo contesto di notevole importanza, in quanto permette alla coppia madre-bambino di interrompere quel legame simbiotico così stretto e il confronto con il mondo esterno.
La motivazione che può portare il piccolo Giulio al comportamento descritto sopra potrebbe essere anche quella di avere alle spalle una mamma sofferente di depressione, che il bambino vive come fragile e che sente, a livello emotivo, di dover consolare attraverso la sua presenza; in questo caso l’aiuto migliore è quello di fornire sostegno alla mamma ancor prima che al bimbo, per permetterle di riscoprire in sé stessa quelle risorse che la possano portare al superamento della malattia.
Ecco che, come accennato sopra, una attenta e puntuale valutazione di molteplici aspetti permette una comprensione completa di una situazione familiare all’interno della quale si intrecciano numerose storie di vita, oltre che fondamentale per la strutturazione di un intervento personalizzato ed efficace.

Lo psicologo in questi casi, può essere un supporto molto importante per prevenire il cronicizzarsi di situazioni portatrici di sofferenza individuale.